oggi ho recuperato del tempo per ragionare su alcuni temi che da giorni erano in attesa di essere presi in considerazione.
la bella forma dell'architettura può bastare ad un architetto in possesso di una dignità?
no, certo che no. però serve a guadagnare.
non ho fatto mai nulla del genere, non sono ancora in grado di progettare come vorrei. sento un senso di smarrimento perchè so che potrei fare di più, ed allora le letture si moltiplicano nella mia testa, perchè so che è lì la risposta, ma a 26 anni può esserci tanto smarrimento?
si, almeno spero. cavolo fa' che sia si.
oggi ho scoperto un nuovo architetto, grazie ai 2a+p.... si chiama Yona Friedman.
negli anni '60 già presentava le sue utopie al mondo, ma nessuno gli credette. oggi invece sta per essere rivalutato
http://www.yonafriedman.blogspot.com/
martedì 24 aprile 2007
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8 commenti:
Avrei qualcosa da dire anche su Yona Friedman e sulle sue forme. Non sono riuscito al leggere tutti gli articoli del suo blog, li ho scorsi un po' così, però diciamo che tra schizzi, progetti e prototipi si capisce già qualcosa. Non ho ben capito quando siano nati questi studi, ma se veramente risalgono agli anni '60 era comunque in buona compagnia di Peter Cook e altri utopici dell'architettura che si muove, che si smaterializza, che prescinde dai canoni trilitici, come direbbe lattes. Oggi questo atteggiamento è portato avanti da tanti progettisti, come Lynn, Spuybroek, Oosterhuis, Cache, e molti altri, i quali si rifanno comunque a studi classici, geometrici, vitruviani e compagnia bella. L'unica separazione che si può fare è tra statico e dinamico, perchè entrambe le correnti seguono gli stessi istinti formali ma con scopi differenti. Ci sono poi quelli che fanno qualcosa anche di utile, tipo Arup, Gehry, Cache, che non pensano solo alla forma.
Per chiudere la parentesi, mi chiedevo banalmente, senza troppi riferimenti teorici: Perchè un architetto è spinto a disegnare quelle forme, quegli spazi? Per quale motivo deve eliminare tutto il suo background, perlomeno negli esiti che produce? E' strano ma questa domanda mi viene spontanea guardando i progetti che attualmente circolano sulle riviste, e soprattutto sapendo che io personalmente non riuscirei mai nautralmente a pensare a cose del genere. Per cercare di risolvere dei problemi funzionali e rispondere anche ad esigenze estetiche non mi è mai servito provare a stravolgere tutto a tal punto... Il mio è un atteggiamento che credo possa essere condiviso, e proprio per questo ho cercato di tirare delle conclusioni. siamo ancora in una fase della formazione in cui quello che ci è stato insegnato, quindi il nostro background, è ancora troppo forte e marcato per far uscire noi stessi. L'esperienza è troppo poca sempre per raggiungere lo stesso obiettivo. La sicurezza acquisita con un certo metodo è tale da scoraggiare nuovi tentativi con nuove regole, non ben definite.
Probabilmente per fare lavori alla Yona, cioè utopici, bisogna proprio prescindere dalla realtà e cercare di circoscrivere il problema a quello che si vuole indagare. La forma, ecc... Solo così si può trattare scientificamente l'architettura e fare qualcosa che poi possa essere utile nella pratica reale, anche se molto lontana dalle ricerche utopiche o accademiche.
Un'ultima questione: non è che prendendo una certa strada, poi acquisite diverse certezze e sicurezze, anche lì si finisce incanalati a far sempre le stesse cose? Vedi Gehry e company...
Che ne pensi? Io penso che uscire dall'architettura come composizione, come figure e forme possa già aiutare in generale l'architetto a non far sempre le stesse cose, ma ad imparare anche dalle sue discipline affini, ma sempre con una elevata consapevolezza estetica e progettuale.
Dimenticavo Frei Otto... che sbadato!
vorrei innanzitutto distinguere la banalità dalla riconoscibilità: ossia un gehry o un calatrava, da un renzo piano ad esempio. come sai non impazzisco per lui, ma come ci siamo già detti una volta, ed è lì che mi convincesti, il lavoro di piano è fatto di dettagli e di tecnologie che combinate insieme producono edifici estremamente diversi gli uni dagli altri, con sorprendenti variazioni che non diresti mai che siano opera della stessa persona. detto questo suppongo non sia tanto una questione di forma, quanto di approccio alla progettazione. l'approccio di uno come friedman ad esempio parte da veramente lontano, ossia dalla politica e dalla sociologia, ed è stata la codifica di questo suo pensiero a far nascere progetti utopici di città trasportabili e flessibili.
se l'architetto invece parte dalla immediatamente forma credo possa produrre solamente architetture somiglianti le une alle altre, la maggior parte delle volte. vedi la produzione architettonica minore, quella dei portfoli di europaconcorsi...è li che mi viene sempre in mente questo tipo di approccio. è il pensare alla forma prima ancora di aver veramente pensato al progetto che ti rovina.
comunque non credo di averti risposto... lo sconvolgimento del trilite credo stia proprio in questo approccio. non lo puoi cambiare, è tuo ed ognuno lo fa maturare a modo suo.
chiaro??
Credo sia meglio lasciare fuori il discorso della riconoscibilità perchè sta all'interno di un altro discorso, che è quello dell'autoreferenzialità e delle archistar. Molti architetti come Gehry, Fuksas, Hadid sappiamo bene che vengono chiamati proprio per esprimersi nello stesso modo che già è visibile con ciò che hanno costruito finora.
Forse si può invece distinguere quei progetti e quelle attività compositive che al loro interno hanno un elevato grado di ricerca e sperimentazione da quelli che non ce l'hanno.
Per esempio mi viene subito in mente Meier a Roma, con due progetti molto riconoscibili per materiali, colori e forme però del tutto diversi tra loro. Il primo, la chiesa Dives in Misericordia è molto sperimentale, nella costruzione delle sue vele, come tecniche e materiali. L'Ara Pacis invece no. E' come tanti altri dei suoi progetti, studiati e composti con lo stesso metodo suo solito. Probabilmente conviene ragionare così sui progetti piuttosto che sulla riconoscibilità.
E' comunque inevitabile che vi sia un'enorme quantità di edilizia e di architettura 'produttiva' e una piccola parte con una vera 'ricerca' al suo interno.
Stavo pensando giusto ora all'ultima frase dell'articolo, dove dici che le utopie di Yona vengono solo oggi rivalutate. Però si tratta di una cosa normale, come gli studi di meccanica e idraulica di Leonardo ripresi solo nel diciannovesimo secolo, o, più vicini a me, i polinomi di Bernstein, puro matematico, che servono ai calcolatori per definire e disegnare le NURBS, quindi tutto il mondo odierno per modellare! Pensa a quante cose si studiano e trovano molto tempo prima che servano o vengano apprezzate. Anche gli aeroplani sembravano un gioco da ricchi fino a che non sono bruciati un po' di dirigibili e affondate un po' di navi...
Ma anche strumenti come l'interfaccia grafica windows o il mouse stesso erano oggetti inutili fino a che Steve Jobs ne vide il potenziale.
Credo faccia parte della normale routine della ricerca. Si scopre, si studia, si affina. E poi qualcuno capisce a cosa serve!
Varrà ben anche in architettura... Ora non mi viene in mente nulla di eclatante come esempio, prova a pensarci...
spero per te che le cose cambino...un'idea flash iper superficiale: boullée e frei otto...hi hi
Non capisco il collegamento, c'entra la geometria? Non mi viene in mente altro che colleghi Boullé, utopico e visionario, quanto monumentale con Otto e la sua ricerca di forma. Spiegati...
esattamente. hai capito benissimo, era un accoppiamento puramente geometrico. non volevo assolutamente collegare due personaggi così diversi se non con...la sfera.
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