mercoledì 25 aprile 2007

storia e architettura

questo è un dibattito che potrebbe durare anche tutta la vita.
il mio pensiero è molto chiaro su questo tema: la storia entra nel nostro progetto nella misura in cui ce la vogliamo fare entrare, ma inconsapevolmente siamo dotati di un bagaglio genetico di forme, immagini, stili che non possiamo dimenticare quando progettiamo, neanche se volessimo. è una questione genetica, abbiamo ereditato icone che si sono impresse come in una radiografia nel nostro immaginario.
qui si ferma la progettazione classica, quella fatta col carboncino ed il foglio ruvido.
oggi, invece, stiamo assistendo ad una fase di svolta, come accadde quando nacque lo stile internazionale, nuove forme e nuovi modi di progettare stanno nascendo, e pare che la vecchia signora (quella parte conservatrice della rappresentanza architettonica mondiale) non voglia considerarla architettura, anche quando questa viene costruita, vissuta e digerita, in modi e con meccanismi straordinari, da parte della gente. qui non credo ci siano forzati riferimenti storici da cercare, ma bisogna entrare nell'ottica che non è più la mano dell'architetto a progettare, ma la sua mente, in stretta collaborazione con il calcolatore.
oggi è lui il nuovo strumento dell'architetto, indietro non si può più tornare. da vent'anni ormai c'è stata una ricerca ferrea e miglioramenti incredibili volti all'elaborazione non solo di forme, ma anche di spazi con caratteristiche funzionali, strutturali e climatiche di altissimo livello. neanche la nostra mente è in grado di generarli; e tutto ciò avviene attraverso meccanismi che stanno cambiando fortemente i modi dell'architetto. questa sì, è una svolta. da non sottovalutare, ma studiare attentamente per imparare a conoscere il nostro futuro.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Ci sarebbe qualcosa da dire giusto per smuovere le acque, e per capire anche un po' dato che si sono sollevate diverse questioni, delle quali però non mi è chiara la tua posizione.
Il movimento moderno è nato dopo diverse avanguardie (art nouveau, arts and crafts) che ricercavano nuove forme, però in realtà il vero cambiamento è stato possibile per la presenza di nuove tecniche e materiali. Primo tra tutti il calcestruzzo armato, che ha permesso di reinterpretare completamente la casa, e quindi per coerenza anche quello che si vede da fuori. Credo che oggi le grandiose potenzialità costruttive necessitino anche un cambiamento nel metodo di lavoro dell'architetto, non solo nel suo esito. Le corbusier poteva indifferentemente progettare una casa eclettica o moderna da solo, con la carta e la matita, senza bisogno di particolari strumenti. Anzi, addirittura si semplificava il lavoro, eliminando ornamenti e decorazioni. Il lavoro di oggi invece è molto più complesso, sorte vuole anche solo per gli impianti, le attenzioni alla sostenibilità, i comfort interni, elettrodomestici e bisogni da soddisfare, costi... un sacco di cose che fanno cambiare radicalmente il modo di lavorare dei progettisti senza toccare una virgola dell'esito architettonico. Quando però a tutto questo si aggiunge anche una ricerca architettonica specifica allora non si può più paragonare i due momenti storici, movimento moderno e contemporaneità. Credo che la rivoluzione di oggi si faccia all'interno dello studio, indifferentemente dall'esito architettonico prodotto. Alcuni progetti hanno una raffinatezza progettuale per metodo seguito che non è assolutamente leggibile dall'opera compiuta, soprattutto se si parla di opere geometricamente complesse. I computer e i vari strumenti informatici vanno presi per quello che sono, cioè strumenti. Credo che tutto quello che si realizza potrebbe tranquillamente essere prodotto senza l'ausilio di alcun computer, certo con dispendi di tempo e di risorse umane notevoli, ma si potrebbe fare. Quindi la strada da seguire affinchè uno strumento possa aiutare veramente il lavoro dell'architetto, ma preferirei dire in generale del progettista, che non è sempre architetto, è quella che usa i computer e gli strumenti informatici come terreno di comunicazione e dialogo tra discipline. Un terreno comune dove la formazione delle figure coinvolte non può che sovrapporsi, scontrarsi e produrre risultati migliori che in passato. Sta di fatto che finora grandi progettisti hanno sempre avuto una cultura politecnica, primo tra tutti Gaudì, Le corbusier, Nervi, Levi, Torroja, Calatrava, e credo anche Kahn e Mies in maniera diversa, ma molti altri. Diciamo che tutti quanti si sono scontrati con problemi non necessariamente architettonici, ma legati alle strutture, ai materiali e a tante altre discipline. Senza questi sbalzi culturali non avrebbero mai prodotto quello che ora conosciamo. Però si tratta di casi rari, quasi unici. Mentre con l'ausilio di strumenti condivisibili e diffusi come i calcolatori ed i loro software si può sperare in un allargamento delle vedute da parte di una larga fetta di progettisti, siano essi ingegneri o architetti.
Per concludere, che si parli di storia e architettura, o di architettura e qualsiasi altra cosa, l'importante per riuscire bene in questo confronto-dialogo è di essersi sporcati le mani in entrambe le discipline al punto da poter trarre nuovi spunti progettuali, altrimenti ignorati a priori. Sarà chiaro?

Anonimo ha detto...

è chiarissimo. il tuo sporcarsi le mani corrisponde al bagaglio genetico di forme di cui parlavo nelle prime righe del post. forse non sono stata del tutto chiara. le nuove forme architettoniche che oggi stanno nascendo, non sono frutto di particolari ricerche storiche, o riferimenti, ma in qualche modo, attraverso la personalità dell'architetto e la sua cultura, rientrano all'interno del progetto dalla finestra e compongono tutto il lavoro progettuale. senza apparente volontà.

Anonimo ha detto...

il lavoro, all'interno di questi studi, si concentra molto di più sull'organizzazione della progettazione e la giusta compenetrazione dei ruoli, effettuata attraverso il computer. non ero però del tutto certa, prima che tu me lo dicessi, che quelle stesse forme che oggi vediamo nascere attraverso l'ausilio del calcolatore, possano essere generate anche senza di esso.

Anonimo ha detto...

Credo che praticamente tutti i lavori, anche dei più grandi studi di architettura e ingegneria, potrebbero essere gestiti all'incirca allo stesso modo anche con le mani, le matite e i tecnigrafi, come si è sempre fatto. L'organizzazione complessa, gerarchica, compenetrata, non nasce dal cambio di strumenti, semmai cambiano i tempi di lavoro e la semplicità di produrre ì, trasmettere e scambiarsi informazione. Mi sembra non ci sia molto altro nella quasi totalità dei casi.